Divina Commedia di Dante: Paradiso
Divina Commedia di Dante: Paradiso Divina Commedia di Dante: Paradiso
Divina Commedia di Dante: Paradiso
Dante Alighieri
Divina Commedia di Dante: Paradiso/Dante Alighieri
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Divina Commedia di Dante: Paradiso:
Dante Alighieri
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LA DIVINA COMMEDIA
DI DANTE ALIGHIERI
CANTICA III: PARADISO
La Divina Commedia
di Dante Alighieri
PARADISO
Paradiso: Canto I
La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte piu` e meno altrove.
Nel ciel che piu` de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
ne' sa ne' puo` chi di la` su` discende;
perche' appressando se' al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non puo` ire.
Veramente quant'io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sara` ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo valor si` fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.
Infino a qui l'un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m'e` uopo intrar ne l'aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue
si` come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue.
O divina virtu`, se mi ti presti
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
vedra'mi al pie` del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.
Si` rade volte, padre, se ne coglie
per triunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane voglie,
che parturir letizia in su la lieta
delfica deita` dovria la fronda
peneia, quando alcun di se' asseta.
Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si preghera` perche' Cirra risponda.
Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
piu` a suo modo tempera e suggella.
Fatto avea di la` mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era la` bianco
quello emisperio, e l'altra parte nera,
quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aquila si` non li s'affisse unquanco.
E si` come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
cosi` de l'atto suo, per li occhi infuso
ne l'imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.
Molto e` licito la`, che qui non lece
a le nostre virtu`, merce' del loco
fatto per proprio de l'umana spece.
Io nol soffersi molto, ne' si` poco,
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
com'ferro che bogliente esce del foco;
e di subito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d'un altro sole addorno.
Beatrice tutta ne l'etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di la` su` rimote.
Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fe' Glauco nel gustar de l'erba
che 'l fe' consorto in mar de li altri dei.
Trasumanar significar per verba
non si poria; pero` l'essemplo basti
a cui esperienza grazia serba.
S'i' era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che 'l ciel governi,
tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a se' mi fece atteso
con l'armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
La novita` del suono e 'l grande lume
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
Ond'ella, che vedea me si` com'io,
a quietarmi l'animo commosso,
pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,
e comincio`: <>.
S'io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo piu` fu' inretito,
e dissi: <>.
Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,
li occhi drizzo` ver' me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,
e comincio`: <>.
Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.
Paradiso: Canto II
O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, che' forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L'acqua ch'io prendo gia` mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.
Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l'alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
Que' gloriosi che passaro al Colco
non s'ammiraron come voi farete,
quando Iason vider fatto bifolco.
La concreata e perpetua sete
del deiforme regno cen portava
veloci quasi come 'l ciel vedete.
Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a se'; e pero` quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
volta ver' me, si` lieta come bella,
<>, mi disse,
<>.
Parev'a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
Per entro se' l'etterna margarita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.
S'io era corpo, e qui non si concepe
com'una dimensione altra patio,
ch'esser convien se corpo in corpo repe,
accender ne dovria piu` il disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s'unio.
Li` si vedra` cio` che tenem per fede,
non dimostrato, ma fia per se' noto
a guisa del ver primo che l'uom crede.
Io rispuosi: <>.
Ella sorrise alquanto, e poi <>, mi disse, <>.
E io: <>.
Ed ella: <>.
Paradiso: Canto III
Quel sol che pria d'amor mi scaldo` 'l petto,
di bella verita` m'avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva' il capo a proferer piu` erto;
ma visione apparve che ritenne
a se' me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non si` profonde che i fondi sien persi,
tornan d'i nostri visi le postille
debili si`, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
tali vid'io piu` facce a parlar pronte;
per ch'io dentro a l'error contrario corsi
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
Subito si` com'io di lor m'accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
<>,
mi disse, <>.
E io a l'ombra che parea piu` vaga
di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
quasi com'uom cui troppa voglia smaga:
<>.
Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:
<>.
Ond'io a lei: <>.
Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch'arder parea d'amor nel primo foco:
<>.
Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo e` paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d'un modo non vi piove.
Ma si` com'elli avvien, s'un cibo sazia
e d'un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
cosi` fec'io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
<>, mi disse, <>.
Cosi` parlommi, e poi comincio` 'Ave,
Maria' cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgoro` nel mio sguardo
si` che da prima il viso non sofferse;
e cio` mi fece a dimandar piu` tardo.
Paradiso: Canto IV
Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morria di fame,
che liber'omo l'un recasse ai denti;
si` si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
si` si starebbe un cane intra due dame:
per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,
da li miei dubbi d'un modo sospinto,
poi ch'era necessario, ne' commendo.
Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto
m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
piu` caldo assai che per parlar distinto.
Fe' si` Beatrice qual fe' Daniello,
Nabuccodonosor levando d'ira,
che l'avea fatto ingiustamente fello;
e disse: <>.
Cotal fu l'ondeggiar del santo rio
ch'usci` del fonte ond'ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio.
<>,
diss'io appresso, <>.
Beatrice mi guardo` con li occhi pieni
di faville d'amor cosi` divini,
che, vinta, mia virtute die` le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
Paradiso: Canto V
<>.
Si` comincio` Beatrice questo canto;
e si` com'uom che suo parlar non spezza,
continuo` cosi` 'l processo santo:
<>.
Cosi` Beatrice a me com'io scrivo;
poi si rivolse tutta disiante
a quella parte ove 'l mondo e` piu` vivo.
Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che gia` nuove questioni avea davante;
e si` come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
cosi` corremmo nel secondo regno.
Quivi la donna mia vid'io si` lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che piu` lucente se ne fe' 'l pianeta.
E se la stella si cambio` e rise,
qual mi fec'io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
Come 'n peschiera ch'e` tranquilla e pura
traggonsi i pesci a cio` che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
si` vid'io ben piu` di mille splendori
trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia:
<>.
E si` come ciascuno a noi venia,
vedeasi l'ombra piena di letizia
nel folgor chiaro che di lei uscia.
Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia
non procedesse, come tu avresti
di piu` savere angosciosa carizia;
e per te vederai come da questi
m'era in disio d'udir lor condizioni,
si` come a li occhi mi fur manifesti.
<>.
Cosi` da un di quelli spirti pii
detto mi fu; e da Beatrice: <>.
<>.
Questo diss'io diritto alla lumera
che pria m'avea parlato; ond'ella fessi
lucente piu` assai di quel ch'ell'era.
Si` come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come 'l caldo ha rose
le temperanze d'i vapori spessi,
per piu` letizia si` mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa;
e cosi` chiusa chiusa mi rispuose
nel modo che 'l seguente canto canta.
Paradiso: Canto VI
<>.
Paradiso: Canto VII
<>.
Cosi`, volgendosi a la nota sua,
fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume s'addua:
ed essa e l'altre mossero a sua danza,
e quasi velocissime faville,
mi si velar di subita distanza.
Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'
fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna
che mi diseta con le dolci stille'.
Ma quella reverenza che s'indonna
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l'uom ch'assonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice
e comincio`, raggiandomi d'un riso
tal, che nel foco faria l'uom felice:
<>.
Paradiso: Canto VIII
Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
per che non pur a lei faceano onore
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l'antico errore;
ma Dione onoravano e Cupido,
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;
e da costei ond'io principio piglio
pigliavano il vocabol de la stella
che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
Io non m'accorsi del salire in ella;
ma d'esservi entro mi fe' assai fede
la donna mia ch'i' vidi far piu` bella.
E come in fiamma favilla si vede,
e come in voce voce si discerne,
quand'una e` ferma e altra va e riede,
vid'io in essa luce altre lucerne
muoversi in giro piu` e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non disceser venti,
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi divini
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;
e dentro a quei che piu` innanzi appariro
sonava 'Osanna' si`, che unque poi
di riudir non fui sanza disiro.
Indi si fece l'un piu` presso a noi
e solo incomincio`: <>.
Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di se' contenti e certi,
rivolsersi a la luce che promessa
tanto s'avea, e <> fue
la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid'io lei far piue
per allegrezza nova che s'accrebbe,
quando parlai, a l'allegrezze sue!
Cosi` fatta, mi disse: <>.
<>.
Questo io a lui; ed elli a me: <>.
E io: <>.
Ond'elli ancora: <>.
<>, rispuos'io; <>.
<>.
Si` venne deducendo infino a quici;
poscia conchiuse: <>.
Paradiso: Canto IX
Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
m'ebbe chiarito, mi narro` li 'nganni
che ricever dovea la sua semenza;
ma disse: <>;
si` ch'io non posso dir se non che pianto
giusto verra` di retro ai vostri danni.
E gia` la vita di quel lume santo
rivolta s'era al Sol che la riempie
come quel ben ch'a ogne cosa e` tanto.
Ahi anime ingannate e fatture empie,
che da si` fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanita` le vostre tempie!
Ed ecco un altro di quelli splendori
ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi
significava nel chiarir di fori.
Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato fermi.
<>, dissi, <>.
Onde la luce che m'era ancor nova,
del suo profondo, ond'ella pria cantava,
seguette come a cui di ben far giova:
<>.
Qui si tacette; e fecemi sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com'era davante.
L'altra letizia, che m'era gia` nota
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol percuota.
Per letiziar la` su` fulgor s'acquista,
si` come riso qui; ma giu` s'abbuia
l'ombra di fuor, come la mente e` trista.
<>,
diss'io, <>.
<>,
incominciaro allor le sue parole,
<>.
Paradiso: Canto X
Guardando nel suo Figlio con l'Amore
che l'uno e l'altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
quanto per mente e per loco si gira
con tant'ordine fe', ch'esser non puote
sanza gustar di lui chi cio` rimira.
Leva dunque, lettore, a l'alte rote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l'un moto e l'altro si percuote;
e li` comincia a vagheggiar ne l'arte
di quel maestro che dentro a se' l'ama,
tanto che mai da lei l'occhio non parte.
Vedi come da indi si dirama
l'oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama.
Che se la strada lor non fosse torta,
molta virtu` nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua giu` morta;
e se dal dritto piu` o men lontano
fosse 'l partire, assai sarebbe manco
e giu` e su` de l'ordine mondano.
Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,
dietro pensando a cio` che si preliba,
s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;
che' a se' torce tutta la mia cura
quella materia ond'io son fatto scriba.
Lo ministro maggior de la natura,
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,
con quella parte che su` si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che piu` tosto ognora s'appresenta;
e io era con lui; ma del salire
non m'accors'io, se non com'uom s'accorge,
anzi 'l primo pensier, del suo venire.
E' Beatrice quella che si` scorge
di bene in meglio, si` subitamente
che l'atto suo per tempo non si sporge.
Quant'esser convenia da se' lucente
quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi,
non per color, ma per lume parvente!
Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,
si` nol direi che mai s'imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.
E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non e` maraviglia;
che' sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.
Tal era quivi la quarta famiglia
de l'alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia.
E Beatrice comincio`: <>.
Cor di mortal non fu mai si` digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto 'l suo gradir cotanto presto,
come a quelle parole mi fec'io;
e si` tutto 'l mio amore in lui si mise,
che Beatrice eclisso` ne l'oblio.
Non le dispiacque; ma si` se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in piu` cose divise.
Io vidi piu` folgor vivi e vincenti
far di noi centro e di se' far corona,
piu` dolci in voce che in vista lucenti:
cosi` cinger la figlia di Latona
vedem talvolta, quando l'aere e` pregno,
si` che ritenga il fil che fa la zona.
Ne la corte del cielo, ond'io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno;
e 'l canto di quei lumi era di quelle;
chi non s'impenna si` che la` su` voli,
dal muto aspetti quindi le novelle.
Poi, si` cantando, quelli ardenti soli
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a' fermi poli,
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s'arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.
E dentro a l'un senti' cominciar: <>.
Indi, come orologio che ne chiami
ne l'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perche' l'ami,
che l'una parte e l'altra tira e urge,
tin tin sonando con si` dolce nota,
che 'l ben disposto spirto d'amor turge;
cosi` vid'io la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch'esser non po` nota
se non cola` dove gioir s'insempra.
Paradiso: Canto XI
O insensata cura de' mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l'ali!
Chi dietro a iura, e chi ad amforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi rubare, e chi civil negozio,
chi nel diletto de la carne involto
s'affaticava e chi si dava a l'ozio,
quando, da tutte queste cose sciolto,
con Beatrice m'era suso in cielo
cotanto gloriosamente accolto.
Poi che ciascuno fu tornato ne lo
punto del cerchio in che avanti s'era,
fermossi, come a candellier candelo.
E io senti' dentro a quella lumera
che pria m'avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi piu` mera:
<>.
Paradiso: Canto XII
Si` tosto come l'ultima parola
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar comincio` la santa mola;
e nel suo giro tutta non si volse
prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a canto colse;
canto che tanto vince nostre muse,
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch'e' refuse.
Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
nascendo di quel d'entro quel di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch'amor consunse come sol vapori;
e fanno qui la gente esser presaga,
per lo patto che Dio con Noe` puose,
del mondo che gia` mai piu` non s'allaga:
cosi` di quelle sempiterne rose
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e si` l'estrema a l'intima rispuose.
Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,
si` del cantare e si` del fiammeggiarsi
luce con luce gaudiose e blande,
insieme a punto e a voler quetarsi,
pur come li occhi ch'al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi;
del cor de l'una de le luci nove
si mosse voce, che l'ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo dove;
e comincio`: <>.
Paradiso: Canto XIII
Imagini, chi bene intender cupe
quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,
mentre ch'io dico, come ferma rupe -,
quindici stelle che 'n diverse plage
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l'aere ogne compage;
imagini quel carro a cu' il seno
basta del nostro cielo e notte e giorno,
si` ch'al volger del temo non vien meno;
imagini la bocca di quel corno
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va dintorno,
aver fatto di se' due segni in cielo,
qual fece la figliuola di Minoi
allora che senti` di morte il gelo;
e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,
e amendue girarsi per maniera
che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;
e avra` quasi l'ombra de la vera
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov'io era:
poi ch'e` tanto di la` da nostra usanza,
quanto di la` dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.
Li` si canto` non Bacco, non Peana,
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e l'umana.
Compie' 'l cantare e 'l volger sua misura;
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando se' di cura in cura.
Ruppe il silenzio ne' concordi numi
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata fumi,
e disse: <>.
Paradiso: Canto XIV
Dal centro al cerchio, e si` dal cerchio al centro
movesi l'acqua in un ritondo vaso,
secondo ch'e` percosso fuori o dentro:
ne la mia mente fe' subito caso
questo ch'io dico, si` come si tacque
la gloriosa vita di Tommaso,
per la similitudine che nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui si` cominciar, dopo lui, piacque:
<>.
Come, da piu` letizia pinti e tratti,
a la fiata quei che vanno a rota
levan la voce e rallegrano li atti,
cosi`, a l'orazion pronta e divota,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.
Qual si lamenta perche' qui si moia
per viver cola` su`, non vide quive
lo refrigerio de l'etterna ploia.
Quell'uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive,
tre volte era cantato da ciascuno
di quelli spirti con tal melodia,
ch'ad ogne merto saria giusto muno.
E io udi' ne la luce piu` dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l'angelo a Maria,
risponder: <>.
Tanto mi parver subiti e accorti
e l'uno e l'altro coro a dicer <>,
che ben mostrar disio d'i corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.
Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
nascere un lustro sopra quel che v'era,
per guisa d'orizzonte che rischiari.
E si` come al salir di prima sera
comincian per lo ciel nove parvenze,
si` che la vista pare e non par vera,
parvemi li` novelle sussistenze
cominciare a vedere, e fare un giro
di fuor da l'altre due circunferenze.
Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
come si fece subito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
Ma Beatrice si` bella e ridente
mi si mostro`, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir la mente.
Quindi ripreser li occhi miei virtute
a rilevarsi; e vidimi translato
sol con mia donna in piu` alta salute.
Ben m'accors'io ch'io era piu` levato,
per l'affocato riso de la stella,
che mi parea piu` roggio che l'usato.
Con tutto 'l core e con quella favella
ch'e` una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la grazia novella.
E non er'anco del mio petto essausto
l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi
esso litare stato accetto e fausto;
che' con tanto lucore e tanto robbi
m'apparvero splendor dentro a due raggi,
ch'io dissi: <>.
Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ' poli del mondo
Galassia si`, che fa dubbiar ben saggi;
si` costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.
Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;
che' quella croce lampeggiava Cristo,
si` ch'io non so trovare essempro degno;
ma chi prende sua croce e segue Cristo,
ancor mi scusera` di quel ch'io lasso,
vedendo in quell'albor balenar Cristo.
Di corno in corno e tra la cima e 'l basso
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
cosi` si veggion qui diritte e torte,
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,
moversi per lo raggio onde si lista
talvolta l'ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte acquista.
E come giga e arpa, in tempra tesa
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non e` intesa,
cosi` da' lumi che li` m'apparinno
s'accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender l'inno.
Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode,
pero` ch'a me venia <> e <>
come a colui che non intende e ode.
Io m'innamorava tanto quinci,
che 'nfino a li` non fu alcuna cosa
che mi legasse con si` dolci vinci.
Forse la mia parola par troppo osa,
posponendo il piacer de li occhi belli,
ne' quai mirando mio disio ha posa;
ma chi s'avvede che i vivi suggelli
d'ogne bellezza piu` fanno piu` suso,
e ch'io non m'era li` rivolto a quelli,
escusar puommi di quel ch'io m'accuso
per escusarmi, e vedermi dir vero:
che' 'l piacer santo non e` qui dischiuso,
perche' si fa, montando, piu` sincero.
Paradiso: Canto XV
Benigna volontade in che si liqua
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidita` fa ne la iniqua,
silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quietar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira.
Come saranno a' giusti preghi sorde
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?
Bene e` che sanza termine si doglia
chi, per amor di cosa che non duri,
etternalmente quello amor si spoglia.
Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or subito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond'e' s'accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che 'n destro si stende
a pie` di quella croce corse un astro
de la costellazion che li` resplende;
ne' si parti` la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
Si` pia l'ombra d'Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s'accorse.
<>.
Cosi` quel lume: ond'io m'attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;
che' dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
Indi, a udire e a veder giocondo,
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch'io non lo 'ntesi, si` parlo` profondo;
ne' per elezion mi si nascose,
ma per necessita`, che' 'l suo concetto
al segno d'i mortal si soprapuose.
E quando l'arco de l'ardente affetto
fu si` sfogato, che 'l parlar discese
inver' lo segno del nostro intelletto,
la prima cosa che per me s'intese,
<>, fu, <>.
E segui`: <>.
Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l'ali al voler mio.
Poi cominciai cosi`: <>.
<>:
cotal principio, rispondendo, femmi.
Poscia mi disse: <>.
Paradiso: Canto XVI
O poca nostra nobilta` di sangue,
se gloriar di te la gente fai
qua giu` dove l'affetto nostro langue,
mirabil cosa non mi sara` mai:
che' la` dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.
Ben se' tu manto che tosto raccorce:
si` che, se non s'appon di di` in die,
lo tempo va dintorno con le force.
Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;
onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.
Io cominciai: <>.
Come s'avviva a lo spirar d'i venti
carbone in fiamma, cosi` vid'io quella
luce risplendere a' miei blandimenti;
e come a li occhi miei si fe' piu` bella,
cosi` con voce piu` dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,
dissemi: <>.
Paradiso: Canto XVII
Qual venne a Climene', per accertarsi
di cio` ch'avea incontro a se' udito,
quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
tal era io, e tal era sentito
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.
Per che mia donna <>, mi disse, <>.
<>.
Cosi` diss'io a quella luce stessa
che pria m'avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.
Ne' per ambage, in che la gente folle
gia` s'inviscava pria che fosse anciso
l'Agnel di Dio che le peccata tolle,
ma per chiare parole e con preciso
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:
<>; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.
Poi giunse: <>.
Poi che, tacendo, si mostro` spedita
l'anima santa di metter la trama
in quella tela ch'io le porsi ordita,
io cominciai, come colui che brama,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:
<>.
La luce in che rideva il mio tesoro
ch'io trovai li`, si fe' prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d'oro;
indi rispuose: <>.
Paradiso: Canto XVIII
Gia` si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
e quella donna ch'a Dio mi menava
disse: <>.
Io mi rivolsi a l'amoroso suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:
non perch'io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non puo` redire
sovra se' tanto, s'altri non la guidi.
Tanto poss'io di quel punto ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire,
fin che 'l piacere etterno, che diretto
raggiava in Beatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.
Vincendo me col lume d'un sorriso,
ella mi disse: <>.
Come si vede qui alcuna volta
l'affetto ne la vista, s'elli e` tanto,
che da lui sia tutta l'anima tolta,
cosi` nel fiammeggiar del folgor santo,
a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto.
El comincio`: <>.
Io vidi per la croce un lume tratto
dal nomar Iosue`, com'el si feo;
ne' mi fu noto il dir prima che 'l fatto.
E al nome de l'alto Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo.
Cosi` per Carlo Magno e per Orlando
due ne segui` lo mio attento sguardo,
com'occhio segue suo falcon volando.
Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
e 'l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
Indi, tra l'altre luci mota e mista,
mostrommi l'alma che m'avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista.
Io mi rivolsi dal mio destro lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato;
e vidi le sue luci tanto mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l'ultimo solere.
E come, per sentir piu` dilettanza
bene operando, l'uom di giorno in giorno
s'accorge che la sua virtute avanza,
si` m'accors'io che 'l mio girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
veggendo quel miracol piu` addorno.
E qual e` 'l trasmutare in picciol varco
di tempo in bianca donna, quando 'l volto
suo si discarchi di vergogna il carco,
tal fu ne li occhi miei, quando fui volto,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a se' m'avea ricolto.
Io vidi in quella giovial facella
lo sfavillar de l'amor che li` era,
segnare a li occhi miei nostra favella.
E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di se' or tonda or altra schiera,
si` dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l'un di questi segni,
un poco s'arrestavano e taciensi.
O diva Pegasea che li 'ngegni
fai gloriosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ' regni,
illustrami di te, si` ch'io rilevi
le lor figure com'io l'ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!
Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti si`, come mi parver dette.
'DILIGITE IUSTITIAM', primai
fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.
Poscia ne l'emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; si` che Giove
pareva argento li` d'oro distinto.
E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l'emme, e li` quetarsi
cantando, credo, il ben ch'a se' le move.
Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
resurger parver quindi piu` di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
si` come 'l sol che l'accende sortille;
e quietata ciascuna in suo loco,
la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.
Quei che dipinge li`, non ha chi 'l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtu` ch'e` forma per li nidi.
L'altra beatitudo, che contenta
pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
con poco moto seguito` la 'mprenta.
O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!
Per ch'io prego la mente in che s'inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;
si` ch'un'altra fiata omai s'adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si muro` di segni e di martiri.
O milizia del ciel cu' io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti sviati dietro al malo essemplo!
Gia` si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che 'l pio Padre a nessun serra.
Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.
Ben puoi tu dire: <>.
Paradiso: Canto XIX
Parea dinanzi a me con l'ali aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l'anime conserte;
parea ciascuna rubinetto in cui
raggio di sole ardesse si` acceso,
che ne' miei occhi rifrangesse lui.
E quel che mi convien ritrar testeso,
non porto` voce mai, ne' scrisse incostro,
ne' fu per fantasia gia` mai compreso;
ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
e sonar ne la voce e <> e <>,
quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
E comincio`: <>.
Cosi` un sol calor di molte brage
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.
Ond'io appresso: <>.
Quasi falcone ch'esce del cappello,
move la testa e con l'ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
vid'io farsi quel segno, che di laude
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi la` su` gaude.
Poi comincio`: <>.
Quale sovresso il nido si rigira
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch'e` pasto la rimira;
cotal si fece, e si` levai i cigli,
la benedetta imagine, che l'ali
movea sospinte da tanti consigli.
Roteando cantava, e dicea: <>.
Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fe' i Romani al mondo reverendi,
esso ricomincio`: <>.
Paradiso: Canto XX
Quando colui che tutto 'l mondo alluma
de l'emisperio nostro si` discende,
che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
subitamente si rifa` parvente
per molte luci, in che una risplende;
e questo atto del ciel mi venne a mente,
come 'l segno del mondo e de' suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
pero` che tutte quelle vive luci,
vie piu` lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
O dolce amor che di riso t'ammanti,
quanto parevi ardente in que' flailli,
ch'avieno spirto sol di pensier santi!
Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond'io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giu` di pietra in pietra,
mostrando l'uberta` del suo cacume.
E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e si` com'al pertugio
de la sampogna vento che penetra,
cosi`, rimosso d'aspettare indugio,
quel mormorar de l'aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.
Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov'io le scrissi.
<>, incominciommi,
<>.
Quale allodetta che 'n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de l'ultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembio` l'imago de la 'mprenta
de l'etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell'e` diventa.
E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio
li` quasi vetro a lo color ch'el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, <>,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch'io di coruscar vidi gran feste.
Poi appresso, con l'occhio piu` acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:
<>.
Cosi` da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.
E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che piu` di piacer lo canto acquista,
si`, mentre ch'e' parlo`, si` mi ricorda
ch'io vidi le due luci benedette,
pur come batter d'occhi si concorda,
con le parole mover le fiammette.
Paradiso: Canto XXI
Gia` eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e l'animo con essi,
e da ogne altro intento s'era tolto.
E quella non ridea; ma <>,
mi comincio`, <>.
Qual savesse qual era la pastura
del viso mio ne l'aspetto beato
quand'io mi trasmutai ad altra cura,
conoscerebbe quanto m'era a grato
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando l'un con l'altro lato.
Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta,
di color d'oro in che raggio traluce
vid'io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon se' onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
tal modo parve me che quivi fosse
in quello sfavillar che 'nsieme venne,
si` come in certo grado si percosse.
E quel che presso piu` ci si ritenne,
si fe' si` chiaro, ch'io dicea pensando:
'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.
Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando
del dire e del tacer, si sta; ond'io,
contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.
Per ch'ella, che vedea il tacer mio
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: <>.
E io incominciai: <>.
<>,
rispuose a me; <>.
<>, diss'io, <>.
Ne' venni prima a l'ultima parola,
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando se' come veloce mola;
poi rispuose l'amor che v'era dentro:
<>.
Si` mi prescrisser le parole sue,
ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.
<>.
Cosi` ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continuando, disse: <>.
A questa voce vid'io piu` fiammelle
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea piu` belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi,
e fero un grido di si` alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;
ne' io lo 'ntesi, si` mi vinse il tuono.
Paradiso: Canto XXII
Oppresso di stupore, a la mia guida
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre cola` dove piu` si confida;
e quella, come madre che soccorre
subito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,
mi disse: <>.
Come a lei piacque, li occhi ritornai,
e vidi cento sperule che 'nsieme
piu` s'abbellivan con mutui rai.
Io stava come quei che 'n se' repreme
la punta del disio, e non s'attenta
di domandar, si` del troppo si teme;
e la maggiore e la piu` luculenta
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di se' la mia voglia contenta.
Poi dentro a lei udi': <>.
E io a lui: <>.
Ond'elli: <>.
Cosi` mi disse, e indi si raccolse
al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
poi, come turbo, in su` tutto s'avvolse.
La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
si` sua virtu` la mia natura vinse;
ne' mai qua giu` dove si monta e cala
naturalmente, fu si` ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
S'io torni mai, lettore, a quel divoto
triunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e 'l petto mi percuoto,
tu non avresti in tanto tratto e messo
nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno
che seg